L’Amazzonia brucia

Una storia di profitti, di soia e di maiali cinesi

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Le responsabilità della crisi in Amazzonia
Siamo cresciuti sentendoci ripetere, fin dalle scuole elementari, che l’Amazzonia è il polmone verde del pianeta. Abbiamo imparato così a considerare quella regione un bene inestimabile e comune, fondamentale al mantenimento degli equilibri climatici ed ecologici dell’intero pianeta, indisponibile all’appropriazione privata, impermeabile alla razionalità economica.

Oggi il “polmone del mondo” è in fiamme. La notizia ha iniziato a circolare con un certo ritardo, ma alla fine ha suscitato l’attenzione e l’indignazione che merita. Il presidente Bolsonaro ha cercato di svincolarsi dalle accuse di chi lo considera il mandante politico di questa situazione, insinuando che i roghi potrebbero essere stati provocati dalle Ong e dalla cooperazione internazionale che collabora con le popolazioni indigene.

La verità è che il governo Bolsonaro non si è finora distinto per sensibilità ecologista: già in campagna elettorale il futuro presidente minacciava l’uscita del Brasile dall’accordo di Parigi e dal suo insediamento sono state avviate con solerzia politiche volte a ridurre i controlli nelle aree forestali e i fondi destinati alla loro tutela. Ed in effetti il presidente di estrema destra non ha mai nascosto il suo sostegno ad uno sviluppo economico basato sullo sfruttamento indiscriminato delle risorse, a partire da quel tesoro che ogni riserva indigena ha sotto i piedi, ovvero la terra. La deforestazione è dunque una premessa necessaria per portare avanti questo tipo di visione.

Le politiche “ambientali” del governo brasiliano hanno inoltre causato il blocco del Fundo Amazònia, ovvero il fondo governativo brasiliano che si occupa della conservazione dell’area forestale. Norvegia e Germania, i principali finanziatori, hanno infatti interrotto i pagamenti dubitando che il governo brasiliano stesse effettivamente procedendo con la riforestazione.

Alla luce di questi fatti c’è dunque chi, come le organizzazioni brasiliane aderenti al movimento de La via campesina, continua ad accusare apertamente l’attuale governo di essere, insieme all’industria mineraria e all’agribusiness, tra i responsabili di questo crimine contro l’intera umanità.

In molti sembrano aver riconosciuto il collegamento tra le fiamme in Amazzonia e il progetto iper-sviluppista, tanto che uno degli slogan più diffusi in rete durante questi giorni drammatici è “No es fuego, es capitalismo”.

È perciò nella logica stessa su cui si regge l’attuale sistema socio-economico che vanno ricercate le cause della devastazione amazzonica. Continua a leggere

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Dagli OGM alle Nuove Biotecnologie #3

L’effimera rivoluzione delle NBT e l’antidoto agroecologico

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Di Marco Montanari

Questione di framing

Non esiste un solo modo di concepire l’agricoltura. Esistono al contrario ampi ed approfonditi dibattiti sulle traiettorie di sviluppo che i sistemi agrari hanno la possibilità di percorrere nel prossimo futuro. Il tema della genetica agraria va inquadrato alla luce di questi dibattiti. Il “miglioramento genetico” non è mai una pratica astorica e neutrale. Abbiamo già visto come, nel corso della Rivoluzione Verde, il breeding abbia accompagnato ed alimentato l’industrializzazione e mercificazione dell’agricoltura attraverso la costituzione di varietà adatte a quella specifica infrastruttura agronomica, tecnologica e distributiva. Si tratta dunque a questo punto di mettere in relazione le priorità della selezione varietale successive alla rivoluzione biotech con quelle dello sviluppo agrario nel suo complesso.

Da questo punto di vista, gli sviluppi della biologia molecolare hanno avuto un ruolo determinante, consentendo di spostare il focus del breeding dalla selezione basata sulle espressioni fenotipiche al vero e proprio controllo del genotipo attraverso «l’addomesticamento dei geni» (Sgaramella 2009). Quale modello di agricoltura sono andati a sostenere queste innovazioni? La transgenesi ha rappresentato, fino ai nuovi sviluppi legati all’editing del genoma, la tecnica più rilevante e impattante sia sul piano simbolico che materiale. Avvicinando lo sguardo ci si rende conto però che essa, pur apportando delle importanti novità rispetto alla fase precedente, non contraddice la dinamica di fondo innescata dalla Rivoluzione Verde. Al contrario, l’approccio basato sulle biotecnologie sembra approfondire e rilanciare quel progetto consolidando i rapporti di potere che ne stavano alla base. Gli OGM sono infatti pensati per un’agricoltura altamente industrializzata, basata sulla monocoltura estensiva e dipendente da grandi quantità di input esterni: la spinta all’utilizzo di tali prodotti «deriva dalla semplificazione delle operazioni colturali, che permette la gestione a costi contenuti di grandi superfici aziendali» (Avitabile e Fonte, p.29; Altieri 2005; Berlan 2007;Vanloqueren e Baret 2009). Il modello di riferimento resta dunque quello di un’agricoltura pienamente industrializzata ed integrata nei mercati internazionali, dipendente dagli input chimici e dalla grande industria sementiera.

È possibile osservare perciò come nella valutazione di questa tecnologia entrino in gioco numerose variabili e come il giudizio possa mutare a seconda del peso che viene attribuito a ciascuna di esse e alle modalità con cui vengono selezionate e combinate all’interno della cornice interpretativa di riferimento (Saltelli e Giampietro 2017; Wickson et al. 2016). Continua a leggere

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Dagli OGM alle Nuove Biotecnologie #2

Storia di un matrimonio di interesse tra scienza e mercato

Di Marco Montanari

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La scienza oltre la scienza

Il dibattito sull’utilizzo delle biotecnologie non può essere confinato al mondo della biologia per il semplice fatto che «non c’è modo di catturare l’intera complessità di questi temi da un punto di vista scientifico. […] Diversi complessi di evidenze forniscono argomentazioni per punti di vista in competizione tra loro» (Sarewitz 2015, pp 413-414).

Sono gli stessi scienziati e divulgatori che ne promuovono un utilizzo esteso ed indiscriminato a confermarcelo: lo fanno quando utilizzano argomentazioni che esulano dal loro ambito disciplinare di competenza per sfociare nel campo dell’economia, delle scienze sociali, della politica; quando ci parlano, per esempio, di competitività dei sistemi agrari, quando si occupano del rapporto tra crescita demografica e produzione agricola e dell’equilibrio tra innovazione e tradizione (cfr. SIGA 2017; Cattaneo 2018; Meldolesi 2017). Queste linee argomentative si rendono necessarie nella misura in cui la sicurezza di un manufatto tecnologico non è sufficiente a giustificarne la diffusione. Occorre in questo caso rimarcarne l’utilità. Le nuove tecniche di manipolazione del genoma insomma, sarebbero desiderabili proprio perché in grado di dare risposta a molte delle problematiche che i sistemi agrari e le società contemporanee si trovano ad affrontare.

Ma se molti degli autorevoli sostenitori dell’approccio biotech allargano il proprio sguardo ben oltre i confini delle scienze della vita, un attimo dopo tornano a nascondersi dietro al paravento dell’autorità scientifica, e a rivendicare implicitamente una sorta di monopolio della spiegazione nel tentativo di mascherare la parzialità delle proprie affermazioni e rendersi immuni da critiche e contestazioni. Detto in altri termini il problema viene ad un certo punto impostato in termini compiutamente politici, ma poi si ha la pretesa di volerlo risolvere in ultima istanza dal punto di vista esclusivamente tecnico-scientifico.

Questo mostra una volta di più e con ancora maggior chiarezza come il “consenso scientifico”, nel modo in cui viene speso nel dibattito pubblico, rappresenti un costrutto ideologico la cui funzione è quella di forzare la produzione della decisione politica spostandone il baricentro dalla discussione democratica alla cittadella dei detentori di (determinati) saperi specialistici; un costrutto fondato su una visione del mondo in cui entrano in gioco, intrecciandosi, approcci metodologici ed epistemologici e punti di vista sulla società e l’economia. È da questa peculiare ed inestricabile amalgama di valori epistemici e non epistemici, e non dal solo sguardo scientifico sul mondo, che in realtà scaturisce il consenso alle NBT, così come per gli OGM transgenici. Continua a leggere

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Dagli OGM alle Nuove Biotecnologie #1

La scienza sull’orlo di una crisi… di nervi

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di Marco Montanari

Una cornice per il dibattito sulle biotecnologie

Ho deciso di scrivere questo contributo dopo aver partecipato ad una importante manifestazione fieristica del settore ortofrutticolo. In quella circostanza mi è capitato di assistere ad una conferenza sulle nuove biotecnologie agrarie, le cosiddette NBT (New Breeding Techniques).

Uno dei relatori – un ricercatore – ne esaltava le capacità miracolose e per scacciare le paure che aleggiano intorno alle tecniche di manipolazione del genoma, ad un certo punto dice con ferma convinzione: “tutto ciò che mangiamo oggi non è altro che il frutto della ricerca genetica degli ultimi 50 anni!” Resto perplesso e mi chiedo dove siano finiti i millenni di agricoltura durante i quali è stato il lavoro paziente e invisibile dei contadini a selezionare, addomesticare, riprodurre, trasformare, anno dopo anno, generazione dopo generazione, le colture che oggi rappresentano la base della nostra alimentazione. Perché è proprio sui risultati di questa opera millenaria che si innesta la ricerca genetica moderna, senza per altro riconoscerne minimamente il merito.

Questo episodio mi ha costretto a riflettere e a rivedere i complessi di inferiorità che mi spingevano a tacere su tali questioni. Mi sono reso conto che quando parliamo di genetica e biotecnologie non siamo di fronte a questioni meramente tecnico-scientifiche: la scelta di ricondurre l’origine del cibo che mangiamo a 50 anni fa, piuttosto che a 500 o 5000, va molto al di là della giurisdizione delle scienze della vita, ha implicazioni molto più profonde.

Ho capito che anche io, un contadino con una formazione umanistica, ho il pieno diritto di prendere parola e ho colto l’invito di Lewontin (1993, p. 16) ad esercitare un «ragionevole scetticismo» per «non lasciare la scienza agli esperti».

Ma partiamo dall’inizio. In Europa è in corso un dibattito sull’applicazione di nuove tecniche di ingegneria genetica all’agricoltura, le NBT appunto. (Galbiati et al. 2017). Si tratta di procedure, come il genome-editing e la cisgenesi, che prevedono la manipolazione del DNA in laboratorio ma, al contrario della transgenesi, non si basano sull’inserimento nelle cellule del nuovo organismo di geni “alieni”, cioè provenienti da altre specie (per esempio batteri). La cisgenesi prevede, infatti, l’introduzione di geni estrapolati da altre varietà della stessa specie o da altra specie sessualmente compatibile. L’editing, la cui punta di diamante è una tecnica definita CRISPR-CAS9, si fonda sull’utilizzo di un sistema di difesa utilizzato dai batteri nei confronti degli attacchi virali: si tratta di una forbice molecolare in grado di tagliare il DNA bersaglio ed eliminare le parti indesiderate. I sostenitori della nuova frontiera biotech focalizzano l’attenzione sulla differenza rispetto alla transgenesi e sulla supposta maggior affidabilità e precisione di questi sistemi, premendo affinché tali tecniche non venissero messe sullo stesso piano degli OGM transgenici e come tali regolamentate.

La speranza dei bio-manipolatori è stata, almeno provvisoriamente, infranta da una sentenza dello scorso luglio emessa dalla Corte di Giustizia Europea che ha sostanzialmente equiparato le nuove e le vecchie tecniche, imponendo per le NBT gli stessi vincoli e limitazioni che valgono per gli OGM transgenici. Ma non si può considerare questa situazione di stallo come definitiva. Il dibattito infatti prosegue assieme alle pressioni per rendere il quadro normativo più permissivo nei confronti dell’utilizzo in ambito agrario delle nuove biotecnologie.

L’Italia non è estranea a questa tendenza: un esteso piano di ricerca del CREA (2017), fortemente sostenuto dall’allora ministro dell’agricoltura Maurizio Martina, ha dato il via a sperimentazioni, su numerose colture di interesse economico, volte a creare varietà “migliorate” mediante cisgenesi e genome-editing. I vari progetti delineati nel piano sono stati già finanziati e, nonostante le limitazioni imposte dall’attuale assetto giuridico e legislativo, il percorso della ricerca non è stato finora rimesso in discussione. Al contrario la ricerca genetica che guada in questa direzione resta una delle priorità previste dal piano triennale 2018-2020 delle attività del CREA (2018). Continua a leggere

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La guerra dei prezzi

Perché dobbiamo sostenere la lotta dei pastori sardi

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Quella di gettare il frutto delle proprie fatiche sull’asfalto non può che essere una scelta sofferta. L’alternativa era venderlo ad un prezzo irrisorio che nemmeno riesce a coprire i costi di produzione.

E fa male anche a noi assistere a queste scene; ma quello che in questi giorni scorre per le strade della Sardegna non è latte, è piuttosto ciò che la logica devastante del libero commercio è riuscita a trasformare in una merce qualunque, il cui prezzo viene determinato dalla concorrenza e dal potere di chi gestisce le filiere.

Nelle campagne la distruzione dei prodotti è storicamente una delle armi a disposizione dei lavoratori. Valerio Evangelisti racconta come all’inizio del secolo scorso non fosse infrequente in Emilia-Romagna imbattersi in granai avvolti dalle fiamme: era il Gallo Rosso, una forma estrema e radicale di lotta dei braccianti che distruggevano non tanto una riserva di cibo, ma l’ammasso della ricchezza da loro prodotta e da altri appropriata e accumulata. Oggi coloro che distruggono i prodotti del proprio lavoro non sono braccianti salariati, ma lavoratori formalmente autonomi e indipendenti che le filiere agroindustriali riescono a rendere, attraverso i subdoli meccanismi del mercato e la squilibrata distribuzione del potere lungo le filiere, sostanzialmente subordinati e sfruttati.

I tempi cambiano ma le campagne sono ancora attraversate da grandi tensioni. In particolare, quello dei prezzi dei prodotti agricoli è uno dei temi caldi dei nostri tempi e uno dei dispositivi attraverso cui chi sta a valle delle filiere controlla i soggetti a monte e ne determina i destini. È quello che avviene per esempio nel comparto del pomodoro in cui, come sappiamo, spesso gli svantaggi sono scaricati ulteriormente sulle spalle dei braccianti. Ed è quello a cui si assiste anche nel caso del frumento che nel 2016 ha toccato il picco negativo di 15 euro a quintale: 15 centesimi di euro per Kg di granella!

Si chiama squeeze on agriculture (contrazione in agricoltura) e comporta la concentrazione della ricchezza nelle mani dell’industria e della GDO e l’impoverimento dei produttori diretti. Continua a leggere

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DALL’ANTIFEMMINISMO CONTADINO AL PROTAGONISMO DELLE DONNE NELLE CAMPAGNE

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di Laura Castellani

La riflessione sul ruolo delle donne in agricoltura è iniziata più di un anno fa. È bastato confrontarmi con altre che vivono e lavorano nel mondo agricolo per capire quanto fosse importante aprire un percorso su questo tema. Il progetto Essere Contadine ha sicuramente contribuito ad arricchire le mie riflessioni, così come la lettura di alcuni libri ed articoli. Una frase mi ha poi convinta a mettere per iscritto i miei pensieri. In particolare è stata l’espressione antifemminismo contadino ad attirare la mia attenzione: “ Numerosi proverbi contadini esibiscono – al Sud d’Italia ma anche al Nord, in Calabria ma anche nel Veneto – un disprezzo senza mezzi termini per la donna. Di tale “antifemminismo” contadino le donne sono, insieme, le protagoniste ignare, in gran parte e, forse, immemori (cioè a dire le vittime). E le corree – silenziosamente corresponsabili. È questo il paradosso della donna contadina o “subalterna” rispetto alla donna della cultura egemone (sia borghese sia operaia) oggi in piena contestazione e rifiuto.” (Guiducci 1977, p.). Era il 1977 quando Armanda Guiducci scriveva queste parole nel libro “La donna non è gente”. Nonostante il libro sia a tratti pregiudizievole nei confronti delle contadine, descritte in termini fin troppo sminuitivi, è interessante riprendere l’espressione antifemminismo contadino. La rigidità della famiglia contadina faceva sì che pochi fossero gli spazi di emancipazione al suo interno e per questo la libertà veniva cercata dalle contadine all’esterno, nella città, dove l’industrializzazione apriva nuove possibilità di lavoro. Antifemminismo non significa che non esistessero pulsioni emancipatorie nel contesto rurale, ma la critica si manifestava come parte del grande esodo che ha coinvolto le campagne negli anni ’50 e ’60.  Se da un lato quindi le donne sono state protagoniste dell’antifemminismo contadino rimanendo subalterne alle gerarchie e ai ruoli della famiglia mezzadrile, dall’altro lato molte hanno lasciato le campagne per lavorare e vivere in città, contribuendo alla crisi di quella stessa famiglia. La fuga dalla campagne non ha però significato necessariamente una scelta emancipatoria nei termini rivendicati dalle donne urbane. Leggendo le testimonianze dell’epoca pare legittimo dire che che per una parte importante delle donne rurali l’aspirazione principale fosse quella di diventare la moglie di un operaio e dedicarsi alla cura della casa. Dunque essere una casalinga diventava per queste una condizione emancipata rispetto alla vita in campagna dove il doppio lavoro, quello nella casa e nel campo, pesava sulle loro spalle. In città si trasformava in “una signora”, che si dedicava al lavoro domestico e nel tempo libero agli acquisti e alla cura di sé, quel modello di donna che appunto il movimento femminista all’epoca criticava e dal quale cercava di emanciparsi.

Il femminismo italiano nasce e vive nei contesti urbani degli anni ’70, dove si mostra in tutta la sua forza fino ad ottenere l’approvazione di due leggi fondamentali: quella sul divorzio e quella sull’aborto. Dobbiamo ammettere che quel movimento ha contagiato e rivoluzionato le vite di molte donne, sfatando tabù e pregiudizi e ottenendo il riconoscimento di importanti diritti per tutte.

Ma vediamo più a fondo in che misura le contadine ne sono state contaminate? Continua a leggere

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La politica dei contadini

Dalle resistenze rurali ad una alternativa di sistema

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Quando nel dibattito pubblico vengono tirate in ballo questioni legate in vario modo alle campagne, molto spesso quello che manca o che comunque non emerge con sufficiente forza e chiarezza è la voce dell’agricoltura contadina. Questo contributo nasce proprio dall’esigenza di iniziare a riflettere sul deficit di voice e di capacità rivendicativa dei contadini nel contesto italiano. Tutto ciò a fronte di una grande vivacità del mondo rurale e di un proliferare di esperienze e sperimentazioni contadine, sia individuali che collettive, di grande interesse. Proviamo perciò a problematizzare questa discrepanza tra la presenza diffusa e radicata sui territori e la difficoltà di imporre la propria presenza a livelli diversi da quello locale.

L’agricoltura contadina rappresenta parte di una potenziale risposta a molte delle sfide che le società contemporanee si trovano ad affrontare: dal cambiamento climatico, all’uso delle risorse naturali, alla salubrità del cibo, passando per il dissesto idrogeologico dei territori. È perciò importante non disperdere il patrimonio di idee e pratiche che la ruralità ha prodotto nel corso degli anni e anzi, metterlo a frutto per articolare una proposta e una presenza pubblica in grado di contribuire ad una trasformazione sistemica. Continua a leggere

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